D: Ciao Francesco, com’è iniziato il tuo viaggio nell’arte?

R: Tutto inizia con una dedica sul retro di un quadro di Cassinari che mio zio Rocco mi regalò quando ero bambino. Mi piace pensare che questo sia stato l’incipit della mia carriera nel mondo dell’arte, mentre la vera pulsione è arrivata quando con una macchina fotografica in mano mi sono chiesto: “cosa voglio comunicare?”. Da lì è iniziata la ricerca espressiva che mi ha condotto a pensare che l’idea deve essere al centro dell’opera ma che, differentemente dai concettuali, oltre all’idea è importante anche la gratificazione estetica. Credo anche che la tecnologia o gli strumenti debbano rimanere tali e non essere il fine espressivo di un artista. Questo deriva dalla mia esperienza di fotografo: generalmente si apprezza una foto tecnicamente perfetta, io penso invece che una foto debba essere comunicativamente perfetta.

D: Sei partito quindi come fotografo, ti sei ispirato a qualche maestro in particolare? Noto dai tuoi lavori una forte componente impressionista, specie nella ricerca emotiva del colore…

R: L’arte impressionista è stata la prima a cui mi sono avvicinato, mi affascina perchè la vedo come una sorta di ponte tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, una sorta di passaggio intermedio tra il mondo reale e quello immaginato. I fotografi che hanno riempito i miei spazi visivi sono HBC, Capa, Fontana, Giacomelli, Adams, per citare i principali. Mi piacciono: la foto di reportage di Capa, l’”istante” di HBC, le composizioni geometriche e i colori di Fontana, i grafismi di Giacomelli. Sono foto che comunicano sempre qualcosa, hanno sempre qualcosa di nuovo da dire e lo fanno con eleganza, con armonia. Detesto il chiasso nelle foto. Adoro il colore armonico, sfumato, geometrico; per questo depuro spesso le mie immagini utilizzando il mosso. Estrapolo il colore fino a ottenere forma e luce in forma primigenia.

D: Arte multimediale: pensi realmente che la tecnologia possa entrare di fatto nell’opera d’arte? come può un visitatore essere artefice dell’opera stessa?

R: Le mie opere sono un invito, un suggerimento a usare la tecnologia per dare spazio alla propria curiosità. Cercare nuove associazioni di idee partendo da quelle date, penso sia una cosa anche divertente oltre che interessante. Vedo molte persone appassionate di tecnologia, meno invece sono quelle che usano la tecnologia come strumento di conoscenza e approfondimento del proprio io culturale. Il mio obiettivo è quello di stimolare la curiosità, invitare a un uso consapevole e potente del mezzo tecnologico e al contempo provocare, dimostrando come anche “un vecchio pezzo di tela” possa diventare tecnologico e incorporare contenuti. Lo spettatore interagisce e partecipa scrivendo commenti, contattando l’autore o navigando in rete partendo dal blog dell’opera multimediale.

D: Come ci sei arrivato?

R: Penso si sia trattato di un’evoluzione naturale scaturita da un paio di intuizioni. Prima l’idea di fondere il contenuto con il contenitore, infatti le opere possono essere definite dei metacontenitori autoinclusivi dove il contenuto è un rimando a se stesso in differenti forme: immagine, QR code, associazioni di idee, blog. Da quest’idea di partenza ho progettato l’opera basandomi sempre su un’idea di inclusione: partendo dalla fotografia, passando attraverso i pennelli e l’acrilico, fino ad usare software scritti da me appositamente per generare i codici.

D: Come ti definiresti?

R: La risposta corta è, citando De Gregori: artista!

D: E la risposta lunga?

R: Mi piace essere pensatore che anela la libertà, mi piace osservare, catalogare e restituire poi il mio pensiero a chiunque lo voglia accogliere. Uno spirito irrequieto che esprime idee e utilizza i mezzi a sua disposizione per diffonderle.

 

Francesco Di Pasquantonio nasce a Penne, in provincia di Pescara, nel 1973.

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