Stumpo

Di Gianluca Stumpo colpisce innanzitutto la “presa” sulla realtà, la fisicità delle sue figure che si accampano nello spazio della finzione pittorica con illusoria e quasi palstica corporeità: si direbbe che abbiano una dimensione e un peso, una tangibile concretezza, pur non rinunciando talora ad una sapiente sintesi tesa a rendere più immediato l’impatto visivo. Nondimeno la sua non è una pittura realista, tutt’altro, per l’intrusione di una dimensione fantastica e talora persino simbolica, sia attraverso i soggetti che nella sostanza stessa del colore. Infatti i personaggi dei suoi quadri -e per “personaggi” intendo anche gli oggetti, intriganti e dotati di una propria personalità di valenza onirica, poiché nei sogni tutto possiede un’anima- appartengono a un ordine che, in modo talora evidente talvolta con sottile ma non meno efficace sovvertimento, destabilizzano i nessi di causa-effetto, sciolgono la solidità delle certezze su cui si regge la nostra esistenza quotidiana, la minano dall’interno. Le apparenze, quanto più minuziosamente indagate tanto più finiscono per rivelare la loro vera essenza di mera illusione; il quadro si trasforma sotto i nostri occhi in un’allucinata scena teatrale popolata di perturbanti intrusioni. Non è un caso che un protagonista di tali opere sia spesso l’icona (perché ridotto nella moltiplicazione e replicazione pressoché illimitata a pura immagine) di Guy Fawkes, il celebre cospiratore inglese del XVII secolo che, attraverso filastrocche e rievocazioni ludiche infantili e il più recente fumetto “V for Vendetta”, è infine diventato la maschera irridente e destabilizzante del gruppo hacker Anonymus e degli Indignados. Occhieggia beffardo da porte socchiuse, emerge all’improvviso come il deus ex machina delle tragedie antiche, si sdoppia talvolta in un inquietante gioco di specchi, ad esprimere sempre e comunque un disagio per la realtà usurata dall’abitudine e la deliberata volontà di rimetterla in discussione. Nondimeno Stumpo, grazie anche al filtro sdrammatizzante -ma pur sempre corrosivo- dell’ironia, è capace certamente anche di accenti più colloquiali; ma ci indurrà pur sempre a fare i conti con quello spiazzamento cui prima accennavo, l’altalenante ed ambivalente sdoppiamento tra una fisicità esibita e la rivelazione della sua inconsistenza, quasi a ricordarci, credo anche con una punta di malinconia, che “questo immenso palcoscenico non presenta che spettacoli” (Shakespeare, sonetto XV). Ma si è detto all’inizio di una dimensione fantastica propria del colore, tutt’altro che secondaria, giacché la pittura si esprime nella totalità dei suoi mezzi, preoccupata del “come” non meno del “cosa” raffigurare; penso in particolare ad un rosso pervasivo, insistente, quasi una cifra costante e un leitmotiv del suo operare, un rosso ora sontuoso e sensuale, che dilaga e permea gli ambienti d’una calda luce supportata dall’orchestrazione degli arancioni e dei gialli, ora invece allarmata e allarmante evocazione di non rimarginate ferite e del sangue, che peraltro è simbolo duplice di vita e di morte.

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