LUCIO RANUCCI, o dell’eroico quotidiano femminile

Ranucci-Lonigo

La mostra.

Quando a 22 anni parte per l’Argentina, Lucio Ranucci ha già alle spalle esperienze capaci di segnare una vita: la guerra, combattuta in Nord Africa; la prigionia, subita in Tunisia. Tornato a Milano, nel 1947 si imbarca per l’Argentina. È l’inizio di una vita randagia ma anche aggrappata ad un’amata realtà umana e ad un’esecrata realtà sociale, l’inizio di un’espressione artistica radicale quanto radicata nei colori, o meglio nella violenza cromatica, di una sua personalissima «America». Gli inizi, alla Jack London. È marinaio, fotografo, conducente di carri funebri, giornalista, scrittore, regista; e naturalmente pittore. Si muove tra Bolivia, Cile e Perù, e a Lima nel 1949 tiene la sua prima mostra personale: l’esordio di una carriera o meglio – mi perdoni il gioco di parole – di una specie di carrera panamericana che lo spingerà a cucire insieme Equador, Colombia, Giamaica, Nicaragua, Sati Uniti, e soprattutto Costarica, che gli offrirà la cittadinanza e dove, nell’Aeroporto di San José, ancora campeggia un suo grande murales dipinto su compensato marittimo. Un pellegrinaggio in cui tesserà una tela creativa fatta di teatro e pittura. 
Ora, la pittura in Mesoamerica, è spesso teatrale. È sfondo e scenario, quinta e melodramma, sipario e azione corale. È murale e morale, racconto, iconografia civile di popoli in lotta, cantico comune, monumentalità che accetta il rischio della retorica, è dipingere in grande. L’arte di Ranucci, in questo, è anche la testimonianza un po’ malinconica per quel mondo di giganti alla Diego Rivera (uno per tutti) che dipingeva quando la pittura era ancora regina, quando – dirà lo stesso Ranucci – «il pittore era l’unico testimone dei suoi tempi, era un fatto eccezionale, c’era una funzione grafica di testimonianza».
La monumentalità era anche una risposta alla costrizione: era la rivolta alla povertà e alla sopraffazione, le formiche schiacciate si proiettano, ora giganti e definite, restituite all’umanità, sui muri di palazzi e vie grazie all’opera di vati e cantori.
Ma che rischi si prendono, in quelle terre! E non parliamo dei rischi personali, in contrade dove spesso, nell’arco del Novecento, la libertà personale era sottile come un filo di ragnatela (un filo che anche per Ranucci si spezzò, quando nel 1956 conobbe la galera del Nicaragua). Ma tornando alla pittura e ai suoi rischi, qual è il confine tra denuncia e declamazione? Qual è il confine tra «statico» (che ti schiaccia, e annoia) e «ieratico» (che ti solleva, e coinvolge)? Ranucci ce lo insegna, inseguendo quel confine rischioso: le sue figure femminili – e qui arriviamo al cuore della mostra – sono al tempo statiche e monumentali, ma anche aggraziate, mitiche nella replicazione di lineamenti memori di una adolescenza perduta ed eterna al tempo stesso. Ecco allora la facile definizione di un «cubismo espressionista» o «realista», ma le etichette contano poco fuori dai supermercati. 
E veniamo al cuore: ovvero quelle figure femminili che pullulano, popolano l’intera opera di Ranucci. Si sbalzano fuori da macchie cromatiche, sempre molto calde, cariche di terra e sole, definite spazialmente in blocchi fisici e in armonici panneggi, dove l’attenzione dello spettatore è attratta dalle orbite nere degli occhi, spenti e dolenti e al tempo stesso indomabili: sembrano ripetere «non mi schiaccerete, non mi sottometterete». Gesti semplici, immobilità luminose, profili seducenti ma irraggiungibili, perché le donne di Ranucci – «la donna» di Ranucci – sembrano essere dentro la storia ma fuori dal tempo. Assorte, in attesa, ombre dolenti ma cariche di composta fierezza, in una calda luce meridiana. Equatoriale? Le scene di vita quotidiana in cui spesso sono riprese nella loro “statica luminosità” raccontano l’intimità di un mondo condiviso con il pubblico, con chi osserva e diventa uno spettatore quasi partecipe. Ci si rivede, ci si ritrova in quel mondo fatto di piccole grandi cose che ognuna di esse fa a volte con amore o con indolenza altre con passione o dolce sottomissione. E’ un piccolo mondo ormai perduto quello che ci racconta Lucio Ranucci attraverso la visione di queste donne ancora non rapite dalla frenesia dei giorni nostri, ed è forse quell’intimità ormai perduta che ce le rende ancor più care e vicine. Con estrema sensibilità e lucida chiarezza data anche da uno stile ben definito e riconoscibile, Lucio Ranucci ci accompagna nel suo mondo, in un quotidiano femminile, quasi eroico, fatto di piccoli gesti, o di grandi slanci amorosi che solo chi ha viaggiato e vissuto molto può raccontarci con tanta dovizia di particolari e soprattutto con una sensibilità rara, di attento osservatore dei gesti e degli atteggiamenti tipici dell’universo femminile. Il racconto che, attraverso la sua arte, Ranucci fa del mondo femminile che lo circonda o che ha osservato negli anni, diventa un omaggio a tutte le donne, alle loro giornaliere fatiche, al loro coraggio, alla loro forza nel tenere unite le file di un quotidiano a volte complicato altre doloroso, altre ancora allegro e ingarbugliato, ma sempre vivace, attivo e pieno di quel calore umano che solo lo sfaccettato universo femminile ha perché in quelle donne coesiste la madre, la moglie, l’amica, l’amante, la casalinga, la lavoratrice, la sottomessa e l’indipendente, la depressa e l’allegra.

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