AMERICAN DREAM – Pollock, Basquiat, Haring, Warhol…

American Dream

INFORMAZIONI
La mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 21.00
Ingresso 5 euro – ingresso gratuito under 14.

Tel. (+39) 3292812223 / Mail. info@mveventi.com

VISITE GUIDATE
Visite guidate su prenotazione (alla email: prenotazioni@mveventi.com) al costo di 3 euro a persona + biglietto d’ingresso (minimo 8 persone).
Visite guidate per le scuole: su prenotazione al costo di 3 euro a studente comprensivo di biglietto d’ingresso.

COME ARRIVARE >

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La mostra.

Le opere di Pollock, Basquiat, Haring e Warhol in mostra a Peschiera del Garda (Vr).

Sarà inaugurata domenica 24 luglio alle ore 10.00 la mostra “Love the American Dream”, esposizione di alcuni dei maggiori artisti americani dall’Espressionismo astratto alle ricerche del regista e scultore americano Matthew Barney.
Jackson Pollock, Jean Michel Basquiat e Andy Warhol saranno i protagonisti indiscussi dell’esposizione, che si affianca a quella già inaugurata lo scorso 12 giugno “Il Seicento dopo Caravaggio”, con l’obiettivo di unificare un percorso attraverso la storia dell’Arte che, dalle opere del 600, arriva fino ai giorni nostri. Il Battistello, Massimo Stanzione, Il Guercino, Mattia Preti, Sebastiano Ricci, Robert Rauschenberg, Robert Indiana, Roy Lichtenstein, Keith Haring, Cy Twombly, Franz Kline sono solo alcuni dei nomi di caratura internazionale esposti, in un percorso di opere che dall’olio su tela passa attraverso fotografia, tecniche miste arrivando alle celebri serigrafie di Andy Warhol.

“L’evento, le cui opere provengono da collezioni private italiane e straniere”, racconta il curatore Matteo Vanzan “racconta il clima di entusiasmo e di libertà che si impone negli Stati Uniti negli anni ’60, ma soprattutto all’idea che chiunque possa raggiungere con le proprie capacità il successo e condurre una vita felice, dando così origine al mito americano, che si impone subito agli occhi degli Europei, creando la speranza, ma soprattutto la voglia di emularlo, ed accendendo grandi speranze e aspirazioni personali”.

Il boom economico del secondo dopoguerra apporta numerose novità alla società moderna: produzione serializzata, aumento dei beni di consumo, nascita dei grandi prodotti icona, ma non solo, nascita di vere e proprie icone umane, continuamente emulate dalle persone comuni che vedono in questi nuovi miti una speranza di rivoluzione. I mass media concorrono a questo clima di forte rinascita, trasmettendo nelle case americane programmi e pubblicità che fanno sognare, e film che pullulano di attori dalla perfezione e bellezza innata. In questo clima di entusiasmo l’arte si fa spazio e proprio gli Stati Uniti seppero imporre un’arte che ne era il principale sostegno, un’arte che ha la sua consacrazione nel 1964 con la vincita di Robert Rauschenberg e della Pop Art alla Biennale di Venezia. Ma il mito americano non può essere pensato solo in relazione all’arte Pop, perché gli Stati Uniti hanno fin dagli anni’50 “prodotto” artisti che hanno declinato, ma soprattutto “amato” a loro modo il sogno americano. Dagli anni’50, nel tempo della Guerra Fredda, l’arte si fa vera e propria paladina di giustizia, decisa a combattere l’influenza russa che impediva ogni libera espressione artistica, perseguendo così la liberalizzazione della creatività tramite programmazioni di conferenze, esposizioni, convegni, concerti, attuando così un piano di persuasione su scala mondiale.

Il sogno americano è pura interiorizzazione, un gesto violento, puro frammento di esistenza che si scaglia sulla tela con Pollock, o i segni simili a scritte in corsivo, meditati e composti di Twombly. In un periodo in cui l’immaginario della cultura di massa e le forme geometriche definite sembravano aver messo l’astrattismo da parte, questi artisti fanno uscire il loro inconscio, partecipando e dando la loro interpretazione del nuovo clima del dopoguerra, facendone fuoriuscire la parte più negativa, la parte della difficile ricostruzione post bellica. Le grandi icone statunitensi passano per l’arte della strada, per la Street Art di Basquiat e Haring. Entrambi grandi amici di Andy Wahrol, sfruttano il linguaggio popolare e leggero della Pop Art per diffondere idee e pensieri profondi e delicati, combinando in una sorta di caotico puzzle parole e frasi tratte dai mass media e immagini ispirate a fumetti, pubblicità, disseminando graffiti per le città. In anni di boom economico e di speranze di rinascita, iniziano ad imporsi i grandi problemi sociali di cui gli artisti se ne fanno portavoce: la lotta all’HIV, i movimenti per la pace e per i diritti degli omosessuali, il desiderio di rinascita dei quartieri degradati della città. L’arte che appare sui muri o sui vagone dei treni, tratta queste tematiche nella speranza che un’America pacifica sia possibile. Del tutto diverso il mondo di Matthew Barney, un mondo in cui il Post umano predomina. Barney trasforma il corpo in un campo di battaglia. Fin dagli esordi, il Corpo, come macchina in evoluzione, come sistema in cui si realizzano i cardini della sua poetica, è l’elemento da cui tutto parte e tutto si realizza, e la creazione di un’opera avviene tra resistenze psico-fisiche dall’artista. L’artista crea un insieme di miti e modelli della cultura americana, ma la novità sta nell’unione tra quest’ultima ad estratti culturali di ogni genere, come la mitologia greca, il teatro kabuki, la massoneria, il vaudeville, le cerimonie shintoiste, l’esoterismo e la mitologia nordica.