Franca-Pisani

La mostra.

Caratterizza l’attuale operare artistico di Franca Pisani un pressante, coinvolgente, appassionato, amorevole e talora rabbioso corpo a corpo con le materie impiegate, sfidandone la resistenza ma al tempo stesso saggiandone e assecondandone l’intima costituzione e le particolarità (e non a caso ho usato il termine materie al plurale, per sottolinearne la varietà di consistenza, densità, trasparenza o opacità, deformabilità e plasticità, in definitiva di proprietà chimiche e fisiche); e questa accettazione piena e convinta della dinamica  del “fare”, concependo cioè la realizzazione non come mera esecuzione ma come processo complesso che di quelle sfide e di quelle complicità continuamente si alimenta, è particolarmente significativa se rapportata agli esordi e alla sua prima stagione creativa negli anni settanta, in un clima culturale di “fredda” riflessione sulla natura stessa dell’arte (“Art as idea as idea”, teorizzava alla fine del decennio precedente l’artista concettuale Joseph Kosuth e si potrebbe tradurre “l’arte come idea di un’idea”, mentre Sol Lewitt progettava wall drawings di cui delegava agli assistenti la realizzazione). La materia (e non a caso uso ora il singolare) talora assumeva in quegli anni un ruolo primario (si pensi a certa Arte Povera) ma appunto come materiale grezzo, scarto, residuo, dato oggettivo; ancora il primato indiscusso dell’idea dunque, l’eredità del ready made di Marcel Duchamp, dell’oggetto defunzionalizzato, prelevato dall’universo quotidiano ed esposto -e perciò assunto- come arte.  Una strategia operativa – sia detto per inciso – esposta a lungo andare al rischio di sfociare in un vicolo cieco, nell’impasse creativa.Nasco dalla poesia visiva” ha scritto di sé Franca Pisani “che rappresentava l’azzeramento e un nuovo linguaggio minimalista. Poi ho scoperto la magia dell’invenzione non solo intellettuale ma dell’ispirazione, che per me in preda ai fumi concettuali è stata come una rinascita”. Per l’artista, sia pure immersa nel flusso ininterrotto degli stimoli e delle interconnessioni del villaggio globale preconizzato da McLuhan, ricominciare, risalire all’origine, alla fonte stessa dell’atto creativo diviene allora un imperativo e uno scopo; ritrovare, appunto, la magia dell’invenzione. Risalire alla fonte, dunque. In un’epoca imprecisata, che anche recenti scoperte spostano sempre più indietro nel tempo, gli uomini iniziarono a marcare la loro presenza con segni e manufatti che attestano un’embrionale consapevolezza del proprio essere e della propria identità: segni, elementari motivi geometrici, sagome di mani scontornate dal pigmento spruzzato sulla roccia, figure… L’arte scaturisce dal fare e sin da queste prime testimonianze dice del mondo, delle ansie e delle paure, dei desideri, del rapporto con l’invisibile ed è -costitutivamente- già pensiero; pensiero non verbale che la più acuminata dialettica può scandagliare, analizzare, vivisezionare, ma mantiene intatto il valore germinale e l’energia sorgiva delle associazioni fondamentali e delle immagini archetipiche del Regno delle Madri – come Gustav Jung definì con felice espressione l’inconscio collettivo – di cui si alimentano i miti, è sapere corporeo intessuto di esperienza sensibile, memoria e progetto allorché insegue un fantasma interiore cui dar forma. Tra memoria e progetto s’inscrive anche la capacità di immaginare il futuro (Archeofuturo si intitolava con brillante neologismo una recente mostra di Franca Pisani a Spoleto in occasione del Festival dei ue Mondi). Inizia così la seconda e più matura stagione creativa dell’artista toscana, contrassegnata da temi, modalità espressive e generi diversi – pittura, scultura e spesso la loro ibridazione, installazioni – e l’utilizzazione di materiali sia naturali – soprattutto terre e ossidi – che industriali quali il plexiglass, tra contaminazioni, trame segniche, figure arcaicizzanti evocanti le pitture rupestri, stilizzazioni espressioniste, rivisitazioni che spaziano liberamente nel tempo e nella geografia, i cicli cui deve la crescente notorietà (Nomadi, Attraversamenti, Capitani Coraggiosi…, più che successivi momenti di un percorso artistico capitoli di un ambizioso disegno tuttora in itinere); alla ricerca sempre – riprendendo il titolo di una sua opera – di “quell’aria magica”.

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